02_Che cosa cercate?

13 dicembre 2019

Che cosa cercate?

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)». (Gv 1, 35- 42)

Siamo in quella che, nel Vangelo secondo Giovanni, è la settimana inaugurale del ministero di Gesù. L’Evangelista ci fa scoprire i suoi primi passi, la sua ricerca del suo popoloIn questa settimana, troviamo la figura di Giovanni Battista. Egli, incontrando Gesù, lo indica ai suoi discepoli. Ed ecco che due di loro lasciano Giovanni e iniziano a seguire Gesù. Il compito di Giovanni Battista è concluso. Giovanni sparisce, perché Gesù si manifesti come il Messia, come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Il cuore di quei due giovani discepoli, stava aspettando qualcuno, da tempo. Ora ecco, sta passando proprio davanti a loro. Bisogna alzarsi, in fretta, per seguire, per lasciarsi guardare, per osare domandare: «Dove dimori?».  In questa domanda, sentiamo un desiderio grande, quello di trovare finalmente il posto che il cuore cerca da sempre. In questa domanda, troviamo una sorpresa, nello scoprire che finalmente si può trovare dimora in qualcuno che a sua volta ci stava aspettando. 

In questa domanda riconosciamo una speranza, quella di essere attesi, a nostra volta, da colui che stiamo cercando da sempre. Se i due discepoli del Battista cercavano Gesù, a sua volta Gesù li stava cercando. In quell’incontro, tanto desiderato, tra due discepoli e il Maestro, una storia nuova comincia, e questo può avvenire anche per noi, che in fondo, desideriamo la stessa cosa, attendendo che lo sguardo del Signore si posi su di noi. E cosa succede? Come per i due discepoli, nessuna certezza viene data, si apre solo un cammino: «Venite e vedrete!». All’inizio di quel cammino però, ci viene donata la conoscenza del nostro mistero, dell’inatteso: «Tu sei Simone, figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa». Questa storia nuova che comincia, questo incontro che cerchiamo, questa dimora che ci attende, la scoperta di chi siamo, è qui, davanti a noi, nello sguardo del Signore Gesù. 

Lui ci cerca per primo, passando al nostro fianco, per segnare nella nostra vita una traccia indelebile, che più non si può dimenticare: erano circa le quattro di pomeriggio …

(Don Roberto di Borgosesia)

Cosa cercate?

Questa è la prima parola di Gesù nel quarto vangelo, sotto forma di domanda, un interrogativo che Gesù rivolge ancora oggi a te, lettore del vangelo: “Che cosa cerchi? Qual è il tuo desiderio?”. È straordinario, Gesù non fa un’affermazione, una dichiarazione, come verrebbe spontaneo a tanti ecclesiastici abituati sempre e solo ad affermare, ma pone una domanda: “Cercate qualcosa? E che cosa?”. Così chi si mette sulle tracce di Gesù deve cercare di rispondere innanzitutto a questa domanda, deve cercare di conoscere il proprio cuore, di leggerlo e scrutarlo, in modo da essere consapevole di ciò che desidera e cerca. Pensiamoci, ma solo quando accogliamo o ci facciamo domande contraddiciamo la chiusura che ci stringe, e ci apriamo. L’emergere e il suono di una domanda vera sono come la grazia che viene e apre, anzi a volte scardina…

Ma la ricerca, quando è assunta e consapevole, chiede di muoverci, di fare un movimento, di andare, cioè di seguire chi ha suscitato la domanda: “Venite e vedrete”, come Gesù risponde alla contro-domanda dei due: “Rabbi, dove dimori (verbo ménein)?”. Seguendo si fa cammino dietro a Gesù e si arriva dove lui sta, dimora. E dove lui dimora, il chiamato, diventato discepolo, può dimorare, restare, abitare, sentirsi a casa. Ecco la dinamica del nostro incontro con il Signore: cercare, seguire, dimorare. Queste sono anche le attitudini essenziali per conoscere e vivere l’amore. L’amore è cercato dal desiderio, deve essere seguito su cammini a volte faticosi e pieni di contraddizioni, ma, se lo si segue, alla fine lo si conosce e in esso si resta, si dimora. Il vero amore è un abitare nell’amore dato e ricevuto.

Quel giorno in cui i primi discepoli hanno cercato Gesù, lo hanno seguito e sono restati presso di lui, è stato decisivo per tutta la loro vita, che da quel momento in poi non è stata altro che un cercare Gesù, un seguirlo e un cercare di vivere con lui, perseveranti con lui: è la vita cristiana! Davanti al discepolo c’è sempre e solo un Agnello, un Servo, in ogni caso una creatura mite, inoffensiva, che “porta” (cf. Gv 1,29) i pesi degli altri e non li mette sulle spalle degli altri; c’è qualcuno che dà la propria vita, spende la propria vita e la offre in sacrificio

Enzo Bianchi

Cari giovani, è difficile credere in un mondo così? Nel Duemila è difficile credere? Sì! E’ difficile. Non è il caso di nasconderlo. E’ difficile, ma con l’aiuto della grazia è possibile, come Gesù spiegò a Pietro: “Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). 

Questa sera vi consegnerò il Vangelo. E’ il dono che il Papa vi lascia in questa veglia indimenticabile. La parola contenuta in esso è la parola di Gesù. Se l’ascolterete nel silenzio, nella preghiera, facendovi aiutare a comprenderla per la vostra vita dal consiglio saggio dei vostri sacerdoti ed educatori, allora incontrerete Cristo e lo seguirete, impegnando giorno dopo giorno la vita per Lui! 

In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E’ Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna. 

Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti come voi lottano e con la grazia del Signore vincono! 

Giovanni Paolo II XVGiornata Mondiale dela Gioventù, Veglia di Preghiera

 

Tardi ti ho amato 

Tardi ti ho amato,

Bellezza tanto antica e tanto nuova;

tardi ti ho amato!

Tu eri dentro di me, e io stavo fuori, 

ti cercavo qui, gettandomi, deforme, 

sulle belle forme delle tue creature. 

Tu eri con me, ma io non ero con te. 

Mi tenevano lontano da te le creature

che, pure, se non esistessero in te, 

non esisterebbero per niente. 

Tu mi hai chiamato 

e il tuo grido ha vinto la mia sordità; 

hai brillato,

e la tua luce ha vinto la mia cecità; 

hai diffuso il tuo profumo, 

e io l’ho respirato, e ora anelo a te; 

ti ho gustato,

e ora ho fame e sete di te; 

mi hai toccato,

e ora ardo dal desiderio della tua pace.

Agostino d’Ippona, Le Confessioni 10

Periodo di Avvento e Natale

Chi cercate?

La scelta della domanda parte dalla considerazione che attorno a Gesù Bambino girano diversi personaggi: Erode cerca un potenziale nemico, i Magi un Re, i pastori un evento straordinario…

Qual è l’immagine di Dio che abbiamo?

Siamo capaci di allontanare il Dio che ci siamo costruiti per fare spazio a Dio così come si manifesta nella nostra vita?

PREGHIERA

Mostrati, Signore
A tutti i cercatori del tuo volto,
mostrati, Signore;
a tutti i pellegrini dell’assoluto,
vieni incontro, Signore;
con quanti si mettono in cammino
e non sanno dove andare
cammina, Signore;
affiancati e cammina con tutti i disperati
sulle strade di Emmaus;
e non offenderti se essi non sanno
che sei tu ad andare con loro,
tu che li rendi inquieti
e incendi i loro cuori;
non sanno che ti portano dentro:
con loro fermati poiché si fa sera
e la notte è buia e lunga, Signore.

David Maria Turoldo

 

IN ASCOLTO DELLA PAROLA

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

E tu, Betlemme, terra di Giuda,

non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:

da te infatti uscirà un capo

che sarà il pastore del mio popolo, Israele».

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento

In questo brano di Vangelo, tutti cercano qualcosa.

I Magi, seguendo una stella, cercano il re dei Giudei, e fidandosi della propria logica, si dirigono alla reggia di un sovrano. E si trovano in trappola.

Erode cerca un potere che lo rassicuri, un potere da proteggere anche a costo di inganno e violenza. E si trova bloccato.

I sacerdoti e gli scribi del popolo cercano, cercano nelle Scritture qualcosa che già conoscono, ma che non riesce a smuoverli. E si trovano fermi.

Invece la ricerca spinge ad uscire da sé, a liberarsi da ciò che ci blocca, a muoversi perché la mente e il cuore non siano in trappola, ma in cammino.

Qualcosa ci sorprende, e se decidiamo di lasciarci stupire, ecco che un incontro che ci trasforma può essere possibile, anche per noi, così come lo è stato per Maria, Giuseppe, i pastori.

I Magi, in particolare, vogliono condividere con noi ciò che hanno vissuto e trovato, perché scopriamo nella nostra vita la stessa gioia che ha invaso il loro cuore.

Una stella li guida. Alziamo il nostro sguardo, per scoprire la stella che ancora oggi vuole splendere per noi. Apriamo bene gli occhi, la mente, interroghiamo il cielo, per capire quale strada percorrere, una strada che vuole essere gioia per noi. Saremo così invitati a entrare nell’intimo di una casa: è ciò che cerchiamo da sempre, un luogo in cui rimanere, per essere noi stessi e trovare pace. 

Chi incontreremo? 

Un bambino con sua madre: quel Dio bambino che non ci può spaventare, in braccio a sua madre, bambina di Dio. 

Di fronte a questo Dio umile, familiare, sorprendente: solo il silenzio. Il cuore vuole adorare: “ad-horare”, ovvero “stare bocca a bocca”. 

Non servono parole, solo un bacio: quel bambino vuole giocare, prende il nostro viso tra le sue manine. Le difese cadono, ci doniamo a lui, con tutto ciò che siamo. 

Quel bimbo vede in noi qualcosa di prezioso. In quei doni offerti dai Magi vediamo che Dio è tutto per noi. Si può ricominciare a sognare, una strada nuova ci aspetta. 

La stella ci accompagnerà ancora. 

Il nostro cuore sarà per sempre e ovunque casa di Dio.

(Don Roberto di Borgosesia)

Salmo 41 (42)

Come la cerva anela ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela a te, o Dio.

L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente:
quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Le lacrime sono mio pane giorno e notte,
mentre mi dicono sempre: «Dov’è il tuo Dio?».

Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge:
attraverso la folla avanzavo tra i primi
fino alla casa di Dio,
in mezzo ai canti di gioia
di una moltitudine in festa.

Perché ti rattristi, anima mia,
perché su di me gemi?

Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

In me si abbatte l’anima mia;
perciò di te mi ricordo
dal paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Misar.

Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sopra di me sono passati.

Di giorno il Signore mi dona la sua grazia,
di notte per lui innalzo il mio canto:
la mia preghiera al Dio vivente.

Dirò a Dio, mia difesa:
«Perché mi hai dimenticato?
Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?».

Per l’insulto dei miei avversari
sono infrante le mie ossa;
essi dicono a me tutto il giorno: «Dov’è il tuo Dio?».

Perché ti rattristi, anima mia,
perché su di me gemi?

Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

Dossologia (inno di lode) tutti insieme
A pieno cuore, Gesù, ti cantiamo. Solo chi vede te, il Padre già vede; tu hai detto: Venite e bevete ad acque vive vi estinguo la sete: tu, dello Spirito il tempio più vero!

Buon cammino di Avvento e buon tempo di Natale!

Ciò che cerchiamo sia a noi vicino: 

«Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore» (Lettera ai Romani 10,8)

PER RIFLETTERE

«Sia questo per voi il segno; troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» Fissiamo l’attenzione su alcuni punti.

I pastori Un primo spunto di riflessione è offerto proprio dai destinatari del messaggio dell’angelo del Natale: i pastori.

Essi vengono privilegiati da questa primizia di annuncio non tanto perché poveri – come sempre abbiamo pensato -, quanto perché ritenuti inaffidabili, abituati com’erano a non andare troppo per il sottile nella distinzione tra il proprio e l’altrui.

Inadatti alla testimonianza come i pubblicani e gli esattori delle tasse, sono, però, credibili per Dio, che sceglie i disprezzati e li giudica idonei ad accogliere una straordinaria rivelazione.

Ed ecco delinearsi una prima indicazione per noi, figli fedeli della casa paterna: Dio non richiede credenziali ne affida le verità che lo riguardano a chi esibisce il certificato di buona condotta.

Nelle nostre comunità hanno peso le parole di coloro che hanno l’unica colpa di non essere nessuno? Che non sanno parlare perché non c’è stato mai chi ha tentato di ascoltarli? Quanto risuonano in chiesa le voci della piazza, accanto al gregoriano? Quanto sono credibili per noi le verità testimoniate da chi è al di fuori della nostra cerchia, della confraternita a cui apparteniamo, della sacrestia che frequentiamo?   

L’angelo del Natale Un secondo spunto viene offerto dal messaggio.

Contiene una promessa, indicata da un verbo di movimento: «Troverete» (Lc 2,12).

Il trovare presuppone una ricerca, un cammino, un esodo.

Per i pastori si trattò solo di abbandonare i fuochi del bivacco e le capanne di fronde erette a difesa dalle intemperie.

Per noi le partenze sono molto più laceranti: ci viene chiesto di abbandonare i recinti delle nostre sicurezze, i calcoli delle nostre prudenze, il patrimonio culturale di cui siamo solerti conservatori.

È un viaggio lungo e faticoso, quasi un salto nel buio.

Si tratta infatti di ripercorrere, a ritroso, secoli e secoli di storia; di rileggere, con occhi diversi, le varie tappe della civiltà, per ritrovare le origini del cristianesimo nella grotta di Betlemme.

E non è detto che la meta della nostra ricerca sia un Dio glorioso.

Ci vengono garantiti solo dei segni: un bambino, le fasce, la mangiatoia: i segni della debolezza, del nascimento e della povertà di Dio.

Un bambino inerme.

Simbolo di chi non può vantare alcuna prestazione.

Di chi può solo mostrare, piangendo, la propria indigenza.

A questo punto il discorso sulla debolezza di i Dio, più che assumere le cadenze del moralismo (tale, cioè, da spingerci ad amare i deboli, gli indifesi, i non garantiti), dovrebbe stimolare la riflessione teologica sul perché Dio ha deciso di spiazzare tutti manifestando la sua gloria nei segni del non-potere, della non-violenza.

La veste del bambino Le fasce sono simbolo del nascondimento di Dio, velano la sua presenza perché la sua luce non ciechi i nostri occhi.

Saranno ritrovate nel sepolcro, per terra, quando lui, il Signore, avrà sconfitto la morte e dichiarato abolite tutte le croci.

Ma da quando Maria le ha utilizzate per la prima volta quella notte, suo Figlio non ha mai smesso di riutilizzarle.

Ancora oggi continua a giacere avvolto in fasce.

Qui, se per poco ci mettiamo a «sbendare», le coperte s’infittiscono paurosamente: migliaia di volti spauriti a cui nessuno ha mai sorriso; membra sofferenti che nessuno ha accarezzato; lacrime mai asciugate; solitudini mai riempite; porte a cui mai nessuno ha bussato.

E si potrebbe continuare all’infinito, in un interminabile rosario di sofferenze.

È qui che Dio continua a vivere da clandestino.

A noi il compito di cercarlo; di cominciare a bazzicare certi ambienti non troppo piacevoli; di lasciarci ferire dall’oppressione dei poveri, prima di cantare le nenie natalizie davanti al presepio.

Guardare oltre le fasce, riconoscere un volto, trovare trasparenze perdute, coltivare sogni innocenti: non è un andare incontro alla felicità?   

La culla del neonato La mangiatoia è il simbolo della povertà di tutti i tempi; vertice, insieme alla croce, della carriera rovesciata di Dio che non trova posto quaggiù.

È inutile cercarlo nei prestigiosi palazzi del potere dove si decidono le sorti dell’umanità: non è lì.

È vicino di tenda dei senza-casa, dei senza-patria, di tutti coloro che la nostra durezza di cuore classifica come intrusi, estranei, abusivi.

La mangiatoia è però anche il simbolo del nostro rifiuto «È venuto nella sua casa, ma i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1, 11).

È l’epigrafe della nostra non accoglienza.

La greppia di Betlemme interpella, in ultima analisi, la nostra libertà.

Gesù non compie mai violazioni di domicilio: bussa e chiede ospitalità in punta di piedi.

Possiamo chiudergli la porta in faccia.

Possiamo, cioè, condannarlo alla mangiatoia: che è un atteggiamento gravissimo nei confronti di Dio.

Sì, è molto meno grave condannare alla croce, che condannare alla mangiatoia.

Se però gli apriremo con cordialità la nostra casa e non rifiuteremo la sua inquietante presenza ha da offrirci qualcosa di straordinario: il senso della vita, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la gioia del servizio, lo stupore della vera libertà, la voglia dell’impegno.

Lui solo può restituire al nostro cuore, indurito dalle amarezze e dalle delusioni, rigogli di nuova speranza.

 Don Tonino Bello, Avvento.

 

Il viaggio dell’anima

Il racconto evangelico dei Magi descrive il loro viaggio dall’Oriente come un viaggio dell’anima, come un cammino verso l’incontro con Cristo. Essi sono attenti ai segni che ne indicano la presenza; sono instancabili nell’affrontare le difficoltà della ricerca; sono coraggiosi nel trarre le conseguenze di vita derivanti dall’incontro con il Signore. La vita è questa: la vita cristiana è camminare, ma essendo attenti, instancabili e coraggiosi. Così cammina un cristiano. Camminare attento, instancabile e coraggioso. L’esperienza dei Magi evoca il cammino di ogni uomo verso Cristo. Come per i Magi, anche per noi cercare Dio vuol dire camminare – e come dicevo: attento, instancabile e coraggioso – fissando il cielo e scorgendo nel segno visibile della stella il Dio invisibile che parla al nostro cuore. La stella che è in grado di guidare ogni uomo a Gesù è la Parola di Dio, Parola che è nella Bibbia, nei Vangeli. La Parola di Dio è luce che orienta il nostro cammino, nutre la nostra fede e la rigenera. È la Parola di Dio che rinnova continuamente i nostri cuori, le nostre comunità. Pertanto non dimentichiamo di leggerla e meditarla ogni giorno, affinché diventi per ciascuno come una fiamma che portiamo dentro di noi per rischiarare i nostri passi, e anche quelli di chi cammina accanto a noi, che forse stenta a trovare la strada verso Cristo. Sempre con la Parola di Dio! La Parola di Dio a portata di mano: un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, sempre, per leggerlo. Non dimenticatevi di questo: sempre con me la Parola di Dio!

Papa Francesco Angelus 6 gennaio 2015